Il massacro di Casalecchio

Immediatamente dopo dell’Armistizio di Cassibile nel 1943, la furia nazi-fascista si scatenò contro la popolazione civile italiana. Questa non diede tregua e coloro che pagarono con la propria vita furono i più deboli. Furono assassinati a sangue freddo e perfidia donne, giovani, bambini e anziani che si sommarono, così, alle migliaia di vittime delle barbarie e ignominia.

Le truppe alleate investigarono molto su questi casi, ma per meschini calcoli politici molti di essi furono archiviati (nascosti in quello che comunemente si chiama “Armadio della vergogna”, nella ex Procura Militare di Roma di Palazzo Cesi).

Nell’estate del 1994, mentre cercava informazioni sul Capitano delle S.S. Erich Priebke, il Procuratore Militare di Roma, Antonino Intelisano, trovò i fascicoli che riportarono alla luce un enorme elenco di crimini – finora impuniti – commessi dai nazi-fascisti contro indifese vittime civili.
Da una parte c’erano gli inermi, dall’altro lato c’erano le mostruosità indescrivibili commesse dai nazisti e dai legionari di Salò. Per molto tempo, i martiri di quei massacri non ottennero giustizia, in quanto non conveniva politicamente nell’immediato dopo guerra, perchè si puntava a dimenticare e a ricominciare.

Durante una di queste esecuzioni, un costaricense sperimentò sulla propria pelle un delitto inaudito, ci riferiamo specificatamente al massacro di Casalecchio di Reno, un paese vicino a Bologna dove morì Carlos Luis Collado Martínez, di 25 anni, che offrì la sua vita per un ideale. Con il suo gesto, Collado Martínez da onore agli ideali, sublimi ed eterni, di libertà e rispetto per i diritti umani che caratterizzarono la tradizione democratica del Costa Rica.
Attratto dalla cultura e dalla storia d’Italia, il giovane Carlos decise di studiare medicina nell’Università di Bologna, dove si distinse come uno dei migliori discenti. Essendo ancora studente, vinse il premio “Giovanni Perna” per il miglior esame di anatomia.
Laureato nel 1944, gli fu conferito il premio “Vittorio Emmanuele II” per la migliore tesi di laurea. Successivamente fu nominato assistente del direttore dell’Istituto di Anatomia Patologica di Bologna, prof. Claudio Businco, suo pater et magíster.

Carlos era incamminato verso una brillante carriera professionale, ma decise di dedicare la sua vita alle persone, che soffrivano a causa della guerra, fedele al giuramento di Ippocrate.
Pose al servizio dei più deboli la sua intelligenza, il suo entusiasmo, gli insegnamenti appresi dai suoi professori, i suoi libri e gli strumenti di medicina, per abbracciare la fede incrollabile nella libertà.
Vedendo tanto orrore commesso dai fascisti e dai nazisti, Carlos cominciò ad aiutare clandestinamente i partigiani italiani feriti nei combattimenti. A fronte della necessità di servizi medici, non esitò ad aderire alla “63° Brigata Garibaldi – Bolero”.
Carlos sospettato di avere contatti con la resistenza fu perseguito dai nazi-fascisti e imprigionato.
Il tragico epilogo si compì il 10 Ottobre 1944, in un freddo e nebbioso mattino di ottobre, a Rasiglio, paese montano ad ovest di Bologna. Un fragore di bombe e scariche di mitragliatrice irruppero nel rifugio dei partigiani, dando inizio ad una delle battaglie più crudeli.

Una divisione di SS accerchiò la 63° Brigata, che di minor numero e con minori armamenti e munizioni riuscirono, dopo vari giorni di combattimento, a rompere l’assedio e mettersi in salvo, ma in questa azione morirono tredici giovani martiri ed altri tredici furono fatti prigionieri, tra questi anche Carlos.

Dopo l’interrogatorio e la tortura, furono condotti nel vicino giardino accanto al ponte ferroviario di Casalecchio, legati su di un palo, con un filo spinato intorno al collo, e le mani legate dietro la schiena. Furono colpiti sulle ginocchia e sulle gambe, così che, il filo spinato si conficcasse nella carne del collo e provocasse, per effetto del peso del corpo, un lento e crudele strangolamento.

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